“Comuni mortali”

November 14, 2007

tasti 2

Questa foto appartiene a Marco66

Siccome ero ancora l’ultima ruota del carro, lì in cronaca, scrivevo un sacco di necrologi. Certe volte mi davano la possibilità di scegliere fra gli annunci dei decessi e quelli dei matrimoni, ma la più parte dei giorni ero impegnato a redigere un mortuario dopo l’altro, da mattina a sera. Dopo quattro mesi di questo lavoro, ero pieno della coscienza della morte. Questa coscienza mi aveva reso acido. Mi aveva fatto montare la testa inducendomi a un morboso snobismo, dandomi la sensazione di conoscere un segreto di cui nessun altro nemmeno aveva cominciato a sospettare l’esistenza. Mi aveva reso stancamente scettico circa l’utilità della fede, della passione e del duro lavoro, in un momento in cui la mia vita avrebbe richiesto tutte e tre queste cose. Mi aveva fatto cadere in depressione.

Tobias Wolff nel racconto "Comuni mortali" in Proprio quella notte

Lost in Versailles

November 9, 2007

marie antoinette

An unconventional film asks us to imagine a troubled young woman. In one sense, superficial one to be sure, this is not at all difficult to do: the exterior of this young woman is an appealing one, and tends to attract the eyes of the artists. She is, after all, barely out of her teens, blond, attractive if not a conventional beauty - there is the question of that lower lip - and has an undeniable grace to which complete strangers seem to respond unusually strongly. This reaction, at once aesthetic and emotional, may have to do with the fact that when her story begins, she is clearly stranded in the dangerous territory between adolescence and true womanhood; even after she grows up, and after we know how her story ends, the feelings she tends to evoke in observers are not unmixed with a certain protectiveness.
Her interior life is more complicated. Although she comes from the ruling class, and has been raised to inhabit a comfortable and predictable milieu, this young woman suffers a transformative crisis. Snatched up and taken very far from the safety of her home, she is set down in a (to her) bizarre and inexplicable world: rigidly hieratic, ruled by arcane conventions of speech and behavior that she, like the audience, finds difficult if not impossible to decipher. (The language spoken in this place is not hers, for one thing.)
Perhaps worse, although this woman, young as she is, is married, she is already aware that her marriage is a difficult, perhaps unsalvageable one; her husband’s greatest passion, it would appear, is the complicated mechanical gadgets he likes to fuss with. In un understandable, almost adolescent reaction to all this, there are rebellions: pouty fits, madcap escapades, giddy nocturnal jaunts, flirtations that may or may not be harmless. Such excesses and experimentations, we are meant to feel, are merely means by which this unformed young woman is trying to figure out who she truly is. There is never any real question, in the film, that she is someone worthy of our sympathies and affection.
The foregoing is a fair description of Sofia Coppola’s 2003 movie Lost in Translation, a surprise art-house success about a naive young American woman who, left alone in a luxurious Tokyo hotel while her fashion photographer husband is on assignment, gets a bittersweet introduction to the complexities of grown-up life - not the least of which is a life-altering flirtation with a world-weary film star old enough (as they are both well aware) to be her father. That is also largely an accurate description of the director’s new film, Marie Antoinette, a highly unconventional biopic inspired by Antonia Fraser’s sympathetic 2001 biography of the the hapless last queen of the ancien régime. (Daniel Mendelsohn, in The New York Review of Books, articolo "Lost in Versailles")

Un film non convenzionale ci chiede di immaginare una giovane donna turbata. In un certo senso (superficiale) non è una cosa difficile: l’esteriorità di questa donna è affascinante, e tende ad attirare l’occhio degli artisti. Dopotutto, è appena ventenne, bionda, attraente se non una bellezza convenzionale – a causa di quel labbro inferiore – e possiede un’innegabile grazia alla quale dei completi sconosciuti sembrano reagire in modo insolitamente forte. Questa reazione, insieme estetica ed emotiva, può avere a che fare con il fatto che, quando la sua storia inizia, lei è chiaramente persa nel territorio pericoloso fra adolescenza e maturità; anche dopo essere cresciuta, e dopo che sappiamo come la sua storia finisce, i sentimenti che tende ad evocare negli osservatori non sono scevri da una certa protettività.
La sua vita interiore è più complicata. Anche se appartiene alla classe dominante, ed è stata cresciuta per inserirsi in un ambiente sociale confortevole e prevedibile, questa giovane donna subisce una crisi di trasformazione. Strappata e portata molto lontano dalla sicurezza della sua casa, si trova in mondo che le appare bizzarro ed incomprensibile: rigidamente ieratico, governato da arcane convenzioni nei discorsi e nei comportamenti che lei, come il pubblico, trova difficili se non impossibili da decifrare. (La lingua parlata in questo posto non è la sua, ad esempio.)
Forse peggio ancora, nonostante questa donna, seppur giovane, sia sposata, è già consapevole della difficoltà del suo matrimonio, forse irrecuperabile; la più grande passione del marito, sembrerebbe, è gingillarsi con complicati oggetti meccanici. In una comprensibile, quasi adolescenziale reazione a questo, ecco le ribellioni: bronci, fughe improvvise, eccitanti gite notturne, flirt che possono essere o meno pericolosi. Questi eccessi ed esperimenti – così arriviamo a pensare – sono semplicemente mezzi con cui questa giovane donna immatura sta cercando di capire la sua vera essenza. Non è mai messo realmente in discussione, durante il film, che lei sia meritevole della nostra simpatia e della nostra affezione.
Quanto sopra è un’appropriata descrizione del film del 2003 di Sofia Coppola, Lost in Translation, un sorprendente successo che parla di una giovane naive donna americana che, lasciata sola in un hotel di lusso a Tokyo mentre suo marito, fotografo di moda, è al lavoro, riceve un’agrodolce introduzione alle complessità della vita da adulti – non ultimo un flirt che le cambierà la vita con un attore di successo stanco del mondo abbastanza vecchio (cosa di cui entrambi sono molto consapevoli) da esserle padre. Questa è anche un’accurata descrizione del nuovo film della regista, Marie Antoinette, una biografia molto poco convenzionale ispirata dalla simpatizzante biografia del 2001 scritta da Antonia Fraser sulla sfortunata ultima regina dell’ancien régime. (traduzione mia)

La Coppola è, con Marie Antoinette, al suo terzo film. Prima di Lost in Translation aveva diretto Le vergini suicide, tratto dall’omonimo romanzo di Jeffrey Eugenides.

La noia

October 30, 2007

bovary

One of the great subjects of the realist novel is boredom - narrow experiences in small places and unsympathetic groups. There is no greater study of boredom than Madame Bovary - which is nevertheless never boring, but always both terrifying and simultaneously gleeful over its own accuracy. A. S. Byatt nel suo articolo sul Guardian interpreta Madame Bovary come romanzo della borghesia e spiega perchè, pur rileggendo il libro in un periodo della sua esistenza in cui non si sente minacciata dal percorso di Emma, non lo ritiene un libro romantico. Madame Bovary non è una storia bella: è il racconto di una donna egocentrica e viziata dalle sue idee di romanticismo estratte da romanzi per ragazze di dubbia qualità. Il racconto di una donna che, delusa dal suo matrimonio, incapace di integrarsi nella sua nuova realtà, porta se stessa e la sua famiglia alla rovina morale ed economica. Ma l’antipatia nei confronti di un personaggio così meschino si mescola alla consapevolezza che Emma rappresenta il nuovo tipo di donna e che la sua vita è un esempio realistico nella società in cui viviamo. La lucidità con cui Flaubert ci presenta il suo declino costituisce la bellezza di questo romanzo: una bellezza algida che ci attira e ci terrorizza.

Erica Jong invece è più interessata a the heroine’s fondness for reading. She dies because she has attempted to make her life into a novel - and it is the foolishness of the quest that Flaubert’s clinical style mocks. In questo articolo la Jong vede Emma come un’eroina che tocca i nostri cuori perchè è alla ricerca di qualcosa di autentico ed importante, perchè vuole che la sua esistenza sia significativa. Forse ci identifichiamo in Emma perchè anche noi percepiamo il vuoto al centro delle cose, un vuoto che cerchiamo di riempire con libri, fantasie, sesso, cose.

Il futuro

October 15, 2007

terraluna

Sicchè ecco qui, si disse Floyd, la prima generazione dei Nati-nello-Spazio; ve ne sarebbero stati molti di più negli anni a venire. Sebbene vi fosse malinconia in questa riflessione, v’era anche una grande speranza. Una volta che la Terra fosse divenuta mansueta e tranquilla, e forse un po’ stanca, vi sarebbero state ancora opportunità per coloro che amavano essere liberi, per i duri pionieri, per gli irrequieti avventurieri. Ma i loro mezzi non sarebbero consistiti in una scure e in un fucile, in una canoa e in un carro coperto; essi avrebbero potuto disporre di centrali nucleari, di reattori al plasma, di colture in soluzioni liquide nutritive. Si stava avvicinando rapidamente il momento in cui la Terra, come tutte le madri, avrebbe dovuto dire addio ai propri figli.

Arthur C. Clarke in 2001: Odissea nello spazio

Case…

October 11, 2007

 

Man mano che gli anni passano per noi, anche la nostra casa ci si restringe intorno. Abbiamo bisogno di meno spazio e dietro le porte chiuse, in stanze un tempo piene di animazione, regna un silenzio pesante che ci accusa di avere dato loro la vita per poi sottrargliela. Dove sono i bambini, le feste, il baccano, il movimento e tutta quella baraonda di roba per terra? Nessuno si guarda più negli specchi, nessuno lascia più delicate scie di profumo in corridoio, nè si respira più l’odorino di un buon pollo arrosto per cena nella sala da pranzo in cui ormai non entra più nessuno. Non avete più niente per me? Allora io vi imprigiono nella mia quiete, tra oggetti che nessuno tocca più e che rimangono puliti troppo a lungo.

Io la chiamo sindrome da museo delle cere: tutto quello che possediamo, man mano che diventiamo vecchi, assume un’aria museale, noi compresi.

Jonathan Carroll nel racconto "Oh oh lallà" dalla raccolta Tu e un quarto

Storie marine

September 28, 2007

Storie marine in marinaresco tono
E tempeste e avventure e caldi e geli
E bastimenti ed isole e crudeli
Piraterie, ed interrato oro,
Ed ogni vecchia favola ridetta
Nei precisi antichi modi:
Se tutto ciò, come a me piacque un tempo,
Piaccia ai più savi giovani d’oggi:

Così sia, così accada! - Ma se no,
Se il giovane saputo non più brama,
Gli antichi amori suoi dimenticò,
Kingston, o Ballantine il valoroso,
O Cooper dalla selva e dal maroso:
Così pur sia! E rassegnato io possa
E i miei pirati entrare nella fossa
Ove dormono quelli e lor fantasmi!"

Robert Louis Stevenson da L’isola del tesoro

Anima vagula blandula

Animula vagula blandula,
Hospes comesque corporis
Qua nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…

Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora ti appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.

Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano

Invisible

September 26, 2007

I am an invisible man.
No, I am not a spook like those who haunted Edgar Allen Poe;
nor am I one of your Hollywood-movie ectoplasms.
I am a man of substance, flesh and bone, fiber and liquids — and I might even be said to possess a mind.
I am invisible, understand, simply because people refuse to see me.
Like the bodiless heads you see sometimes in circus sideshows, it is as though I have been surrounded by mirrors of hard, distorting glass.
When they approach me they see only my surroundings, themselves, or figments of their imagination — indeed, everything and anything except me. 

Excerpt from Invisible Man by Ralph Ellison.

Perchè leggere

September 25, 2007

Why are we reading, if not in hope of beauty laid bare, life heightened and its deepest mystery probed? Can the writer isolate and vivify all in experience that most deeply engages our intellects and our hearts? Why are we reading if not in hope that the writer will magnify and dramatize our days, will illuminate and inspire us with wisdom, courage and the possibility of meaningfulness, and will press upon our minds the deepest mysteries, so we may feel again their majesty and power?

Perchè leggiamo, se non nella speranza di svelare la verità, di innalzare la vita e di investigarne il mistero? Può lo scrittore isolare e vivificare tutto ciò che nell’esperienza coinvolge più profondamente il nostro intelletto e i nostri cuori? Perchè leggiamo se non nella speranza che lo scrittore magnificherà e drammatizzerà i nostri giorni, ci illuminerà ed ispirerà con la saggezza, il coraggio e la possibilità di significato, ed imprimerà nelle nostre menti i più profondi misteri, così da farci sentire nuovamente la loro maestà e il loro potere?Annie Dillard, in The Writing Life (1989)

Un’infanzia con Charlie Brown

Come quasi tutti i bambini americani di dieci anni, avevo una relazione intensa e privata con Snoopy, il bracchetto del fumetto. Era un animale non-animale solitario che viveva in mezzo a creature più grandi di una specie differente, e ciò corrispondeva pressappoco a come mi sentivo io in casa.

Jonathan Franzen in The Comfort Zone - Un’infanzia con Charlie Brown online sul sito del Corriere e in originale in inglese qui.

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